F. La Porta. Elogio della vita ordinaria. Ed. Il Saggiatore, Milano 2025.

Capitolo 1 

L’esistenza non è una sfida, una lotta in cui cimentarsi. Grande non è colui che lascia un segno nella storia. Se fosse così, la maggior parte dell’umanità sarebbe condannata all’irrilevanza. Grande è, invece, colui che lascia un segno nel cuore degli uomini e delle donne che hanno attraversato la sua vita. Il compito di una vita degna non è fare l’eroe, rischiare la vita, sacrificarsi per un ideale. A ben guardare è più facile essere eroi che galantuomini. Come sosteneva Pirandello, eroe si può essere una volta tanto, galantuomo devi esserlo per sempre, con discrezione, coerenza, senza esibizionismi. La gioia è alla portata delle nostre vite ordinarie. Consiste nella esperienza del piacere dato dalla consapevolezza di esistere. 

Capitolo 2

 La vita ordinaria che si intende elogiare non è caratterizzata dall’ossessione del lavoro. Keines, attorno agli anni 30, pronosticava per fine secolo un impegno lavorativo di 3 ore al giorno. Il tempo libero dal lavoro poteva, così, essere dedicato alla famiglia, alle relazioni, alla lettura, ai propri hobby. Il suo errore fu sottovalutare il potere condizionante dei bisogni indotti. Tanto che, se nel 900 la battaglia riguardava la liberazione dal lavoro, oggi riguarda, invece, la liberazione dall’iperattività. È una liberazione che deriva anche dal riconoscere la ricchezza di ciò che già ci appartiene. La felicità si raggiunge quando il dovere guida liberamente il desiderio. Per Epicuro e per Tolstoj il piacere coincide con l’esistenza stessa, che non ha bisogno di essere intensificata o accelerata. Occorre riconoscere il senso, l’armonia e il valore che possono essere racchiusi anche nella quotidianità più semplice: la faccia straordinaria dell’ordinario. 

Capitolo 3 

Si dice che il desiderio è sempre condizionato dal contesto in cui si vive. Si desidera qualcosa solo perché si sa che quella cosa è desiderata da altri. È la regola della società dei consumi su cui si basa la pubblicità. 

Capitolo 4 

Esistono diversi modi di intendere il potere: come dominio o come servizio, cioè come autorità morale e intellettuale che testimonia con la sua vita, senza imporsi, lasciando spazio ad altri. La vera autorevolezza deriva dalla coerenza tra parole e azioni. Nel discorso della montagna contenuto nel vangelo di Matteo, si pongono al centro della vita umana la misericordia, la giustizia e l’amore per gli altri. Il successo economico non è una misura oggettiva del merito individuale. Occorre trovare un’altra metrica, diversa dal conteggio del denaro. La vera misura del merito non dovrebbe essere l’accumulo di ricchezze, ma l’uso che se ne fa: non una proprietà assoluta, ma una responsabilità verso gli altri. La vera grandezza è onorare la legge della coscienza dentro di sé anche quando entra in conflitto con la legge degli uomini, come fa Antigone nella tragedia di Sofocle, disubbidendo agli ordini di Creonte. Nella società contemporanea il legame tra ricchezza e virtù è diventato un dogma. Spinoza rifiuta il Dio personale e trascendente della Bibbia e ci invita a vivere nella letizia, a coltivare unicamente le passioni gioiose, a reprimere quelle tristi e a sentirci parte della sostanza infinita ed eterna, della natura divina. È vissuto nel 1600 nei Paesi Bassi. L’uomo non è lupo, ma dio per l’uomo. Eppure, spesso, le identità collettiva non si costruiscono sulla base di valori condivisi, ma sull’individuazione di un nemico comune, talora di un capro espiatorio. Spinoza assegna all’esistenza il compito dell’autoperfezionamento, l’affrancamento dai pregiudizi e dalle passioni attraverso la conoscenza. Il bene cui aspira l’uomo libero è il bene comune. Ciò che conta è ciò che ci permette di vivere meglio e in armonia con gli altri. La felicità non è un premio riservato alle elite, ma è accessibile a chiunque riesca a trovare un proprio equilibrio nel mondo. Emarginati sono quelli che non riescono a soddisfare il loro desiderio di appartenenza a una società: sono i migranti, i poveri, i disoccupati, i disabili… 

Capitolo 5

 Preferire che abbiano ragione gli altri significa avere consapevolezza dei propri limiti, sapere di non sapere e desiderare di apprendere qualcosa di nuovo. Significa non cercare di smarrire la verità nel gioco di argomentazioni bizantine. I giudizi morali non sono fondati in modo scientifico, ma non sono del tutto arbitrari. Ciò che accomuna tutti gli esseri umani è più importante delle particolarità che distinguono il singolo individuo. L’ordinario vale più dello straordinario. Mentre in Platone si celebra l’anima immortale, in qualche modo corrotta dal corpo, Dio, incarnandosi, ha santificato la materia e i sensi che la percepiscono. La creazione resta buona. Dio, infatti, guardò tutte le cose e vide che erano buone. L’arte, la letteratura e il cinema hanno un ruolo cruciale nella trasformazione culturale che desideriamo, raccontando la storia di eroi contemporanei che hanno affrontato con coraggio e tenacia le sfide e le urgenze del nostro tempo: i cambiamenti climatici, le disuguaglianze, l’inclusione sociale, le guerre, le migrazioni. 

Capitolo 6

 Bisogna ricordare che la passività e il quietismo possono sfociare nel disimpegno, nell’indifferenza e insensibilità riguardo all’ingiustizia sociale. Talvolta il conflitto è necessario, ma non si può pretendere di riparare il mondo e correggere la creazione. Le cose più belle della vita, come l’amore, l’amicizia, la contemplazione di un paesaggio o di un’opera d’arte sono alla portata di tutti e possono arricchire la routine, anche le parti più prosaiche della nostra esistenza.